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Indice
I. Funzioni del Manoscritto Medievale
II. Produzione dei Manoscritti
      1. Pergamena
      2. Papiro 
      3. Carta 
      4. Rigare linee
      5. Penna 
      6. Inchiostro 
      7. Doratura 
      8. Pigmenti 
      9. Rilegatura
III. Struttura del Libro
      1. Struttura del Testo
      2. Sistemazione del Testo
IV. Tipologie del Libro
        1. La Bibbia
        2. I Libri Liturgici
        3. Altre tipologie
V. Manoscritti Miniati
    1-2. Storia, artisti e opere
    3. Tecnica della miniatura
Back to the previous subchapter            V. I manoscritti miniati ed illustrati
3.    La tecnica della miniatura nel Medioevo e nel Rinascimento
Note

Come già menzionato, le differenti tecniche utilizzate in corso d’opera portarono ad una precoce specializzazione artigianale assecondando la quale diversi artefici ed artisti coprivano ambiti tecnologico-produttivi differenti: dalla preparazione della pergamena a quella dell’inchiostro, dalla mescola dei colori alla doratura, dalla composizione dei disegni alla realizzazione delle figure, dalla pittura colore per colore alla filigrana o al disegno degli ornamenti o alla rifinitura. Nel corso del processo delle scrivere, lo sciavano lasciava lo spazio per la miniatura e ne prescriveva anche l’argomento e al composizione lasciando delle brevi annotazioni. Allorquando il testo era stato completato –i fascicoli potevano già essere stati rilegati fra loro – il profilo del disegno veniva attentamente tracciato nello spazio preposto dal maestro d’officina che seguiva le direttive lasciate dallo copista. Il primo passo nella realizzazione di una miniatura era la doratura. .

Il processo decorativo vero e proprio iniziava con l’applicazione dei colori base e con l’evidenziamento delle linee originali del profilo. In seguito, l’ombreggiatura ed i toni più scuri venivano sovrapposti ed infine per completare la modulazione delle figure e degli spazi si schiariva aggiungendo i toni chiari.

Sembra assai plausibile che fosse possibile comporre le miniature ricopiandole da un foglio all’altro attraverso l’uso di carta trasparente lustra o lucida. Un altro metodo utilizzato prevedeva la punzonatura dei contorni dell’originale che sarebbero stati riportati sul nuovo foglio come una serie piccoli fori che risultava maggiormente evidente per l’uso di polvere di calce o di carbone. In questo modo si otteneva un profilo provvisorio, simile a quello sopra descritto che si riusciva ad avere mediante una punta di metallo, pronto ad essere ripassato con l’inchiostro in preparazione della colorazione. Alcune delle immagini o delle lettere iniziali dei manoscritti medievali, in special modo del periodo carolingio e Romanico o nei libri scientifico-pratici, erano dei semplici disegni ma, la maggior parte delle illustrazioni doveva essere colorata e finemente decorata. Strictu sensu una miniatura deve contenere oro o argento in modo da riflettere la luce. Una illustrazione, anche se molto e finemente colorata, ma priva di metalli preziosi non può essere definita propriamente una miniatura. I membri dell’ordine Cistercense, infatti, benché decorassero i loro codici non permettevano l’uso dell’oro ritenuto materiale frivolo e non adatto ad uno stile di vita austero. La tradizione di miniare i codici con l’oro risale all’Antichità ma diviene una pratica comune solo nel corso del Tardo Medioevo. Manoscritti quali i Libri delle Ore sono quasi sempre miniati con l’oro. Se un foglio d’oro deve essere applicato in un manoscritto, questo viene messo prima dei colori. Ciò per due ragioni fondamentali: in primo luogo perché l’oro si incollerebbe a qualsiasi colore che fosse già stato posato e, in secondo luogo, le operazioni di lucidatura e rifinitura correrebbero il rischio di rovinare il colore appena messo.

Al cominciare delle operazioni di decorazione di un libro medievale o rinascimentale, se i fogli potevano essere ancora separati e non rilegati, il testo era certamente ormai completo. La pergamena veniva preventivamente trattata con pomice o calce in modo da diminuirne le capacità assorbenti e da sgrassarla già prima di cominciare a scrivere. Inoltre, il miniaturista che si accingeva a decorare lo spazio lasciato libero dal copista, in realtà, non godeva di un’ampia libertà inventiva essendo nella maggior parte dei casi il soggetto, la posizione ed il formato predeterminati dalle scelte effettuate dal copista stesso. Quest’ultimo lasciava spesso istruzioni precise per il miniaturista. Ad esempio, vicino o all’interno dell’area lasciata libera per la realizzazione di una splendida lettera iniziale, veniva posta una minuscola che indicava di che lettera si trattasse. Occasionalmente, come nel caso die manoscritti Cistercensi del XIII secolo che usavano un solo colore per le iniziali, era inserito anche un punto di colore al fine di mostrare l’esatta colorazione da adoperare. In altri casi, il colore era designato attraverso la segnalazione della tinta con iscrizioni ai margini o all’interno del disegno stesso.

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Questa pratica risultò essere notevolmente diffusa soprattutto fra XII e XIII secolo in Inghilterra e Francia. Il miniatore iniziava il suo lavoro strutturando e definendo il disegno, fatto con una punta di piombo o in grafite. Quando la sagoma del disegno era stata completata, allora, veniva rinforzata con l’inchiostro. Questo tipo di disegni è giunto fino a noi grazie alla sopravvivenza di manoscritti incompleti.

Benché questi siano disegni estremamente complicati e rifiniti, da non considerarsi in alcun modo raffigurazioni raffazzonate, non venivano all’epoca considerati come lavori finiti. Dopo il XIV secolo il disegno, fosse esso un semplice schema o una miniatura, veniva a volte trasferito sulla nuova pagina attraverso il metodo della punzonatura. In altri casi, miniature più antiche venivano ritagliate e riutilizzate in un nuovo codice. Nel corso del tardo quindicesimo secolo nei manoscritti olandesi venivano riutilizzati persino intagli in legno e stampe poi colorati a mano.

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Quando il disegno era finito, la parte di pergamena interessata veniva ricoperta con una glassa liquida (collante di origine animale dissolto in acqua). Tale rivestimento poteva venir colorato di verde, blu, marrone tendente al giallo o rosa, in modo da creare una superficie dipinta adatta a far risaltare l’oro ed i colori brillanti della miniatura (la medesima tecnica veniva usata su base cartacea, diffusamente in uso dal XIII secolo, a volte insieme alla pergamena stessa). In alcuni manoscritti del VI secolo (i famosi codici purpurei) la stessa pergamena veniva tinta ed in seguito decorata ed inscritta con lettere argentate o dorate. Come già detto, durante il Basso Medioevo le miniature di un codice erano spesso eseguite su fogli separati e solo in seguito inserite in un libro e rilegate insieme al resto. Ciò avveniva in particolar modo nel corso della decorazione dei Libri delle Ore. Il principale vantaggio di tale metodologia risiedeva nel fatto che sul supporto della pagina così finemente trattata e preparata andava applicata una sola miniatura. Dopo la preparazione della struttura del disegno ed il successivo trattamento della superficie della pergamena, si dava inizio alla doratura, effettuata sempre prima dell’applicazione dei colori. L’oro veniva applicato alla superficie trattata in fogli estremamente fini. Lo stadio finale, il più importante, consisteva nella colorazione vera e propria. Il pigmento veniva mescolato in qualche sorta di legante che tenesse le particelle del colore insieme. Fino al XIV secolo il legante maggiormente in uso rimase la chiara d’uovo che veniva sbattuta per migliorarne l’amalgama. Pur essendo un ottimo legante, grazie alle sue caratteristiche di estrema fluidità e semplicità di impiego, la chiara d’uovo era difficile da preparare bene. Inoltre, questo legante riduceva di molto la naturale saturazione dei colori e, proprio per evitare tale problema, veniva guarnito e ricoperto col miele una volta seccatosi. Dopo il XIV secolo la chiara d’uovo venne sostituita con la gomma arabica ricavata da una pianta coltivata. Il suo principale vantaggio era quello di poter essere applicato in strati maggiormente sottili permettendo, così, ai colori di mantenere una più intensa brillantezza e saturazione. I due tipi di legante venivano in alcuni casi utilizzati insieme ed occasionalmente anche mescolati con altri leganti quali tuorlo d’uovo, zucchero, e cerume. La tecnica pittorica che si sviluppò assecondando l’uso di entrambi i leganti, ovvero la chiara d’uovo e la gomma arabica, era simile a quella della tempera e cioè quella di un lente piccole e meticolose pennellate che creavano aree di colore omogenee e forme definite. Diverse mani di colore venivano date e si otteneva anche l’effetto di chiaroscuro. L’uso di piccoli pennelli e di un legante fluido e facilmente controllabile erano, dunque un prerequisito per l’esecuzione di tutte le miniature ricche di precisi dettagli. Quando il libro giaceva ancora come un insieme di fogli separati, l’artista aveva la possibilità di lavorare su diverse pagine allo stesso tempo e, quindi, mescolare ed utilizzare i colori per più di una sola pagina. Essendo la produzione di manoscritti miniati un’attività dispendiosa di tempo e denaro, questi stessi prodotti erano considerati oggetti di lusso riservato a clienti facoltosi. Con l’avvento della stampa i suntuosi codici miniati finirono presto fuori moda e, nonostante che i primi libri a stampa cercassero di imitare lo stile delle miniature, attraverso la colorazione a mano delle illustrazioni, la tecnica e l’arte della miniatura scomparve gradualmente nel corso del XVI secolo.

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