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Indice
I. Funzioni del Manoscritto Medievale
II. Produzione dei Manoscritti
III. Struttura del Libro
IV. Tipologie del Libro
V. Manoscritti Miniati

I. 1.    Commitenza artistica e Funzioni del Manoscritto Medievale Note

 
Il mecenatismo artistico deve essere considerato come un’attiva collaborazione fra l’artista ed il suo cliente; quest’ultima, nel corso dell’intero Medioevo fu un aspetto essenziale e determinante per la realizzazione dell’opera stessa in quanto entrambe le parti contribuivano industriosamente tanto alla progettazione quanto al completamento del prodotto artistico. Questo caratteristico fenomeno medievale può essere analizzato da due differenti punti di vista: quello della proprietà collettiva di un libro, per un uso strettamente religioso da parte di un ordine monastico, e quello invece della proprietà singola di un personaggio di rilievo religioso o laico, fatto che iniziò a prendere piede a partire dal XIII/XIV secolo. I libri prodotti per l’uso personale rispecchiavano una ampia gamma di interessi individuali ed erano, in effetti, collezionati per propositi auto educativi e di studio o per soddisfare la propria sete di informazioni. Anche fenomeni di appassionata bibliofilia non erano infrequenti nel Medioevo. Infine, occorre ricordare che, durante il Tardo Medioevo, si sviluppò una specifica tipologia di libro dedicato ai privati: quello usato per la privata devozione.

Per l’intero Alto Medioevo, la grande maggioranza dei libri era prodotta per uso liturgico e veniva utilizzata da preti e monaci in chiese e monasteri. Questi libri, le Bibbie in particolare, erano ritenuti essere di stretta pertinenza del santo titolare della chiesa o del monastero così da assicurarne la proprietà ad una data comunità e da sottolinearne la sua continuità. Spesso, infatti, sulla pagina dedicatoria o all’apertura del libro si trova rappresentato il santo patrono stesso, a volte insieme all’immagine simbolica della comunità. Questa medesima tendenza viene altresì confermata dalla occasionale trascrizione dello satus legale, dei privilegi della comunità, nonché di una sua breve storia, nelle stesse pagine iniziali del manoscritto. Ovviamente, la prossimità fra la documentazione secolare e giuridica ed i testi sacri, lungi dall’essere semplice frutto del caso, serviva a rafforzare la credibilità e l’autenticità di quanto affermato.

La maggiore richiesta di nuovi libri si aveva in coincidenza con la creazione di nuovi monasteri, in quanto essi dovevano essere provvisti del necessario apparato liturgico. In questi casi era pratica comune che il nuovo Abbate e la sua comunità, che spesso provenivano da monasteri già funzionanti, provvedessero la nuova fondazione con i libri più essenziali; gli altri libri sarebbero stati tradotti in un secondo momento. Attraverso l’esempio del primo abbate del monastero francese di S. Evroult, che provvide a copiare diversi manoscritti e a stabilire e dirigere ivi un nuovo scrittoio, è possibile capire quali tipi di libri fossero assolutamente necessari per una nuova fondazione monastica: fra questi vi erano un Antifonario, un Graduale, e un Collectar; altri libri vennero copiati dai suoi confratelli quali excerpta dell’Antico Testamento ed i suoi commentari, l’Eptateuco ed un Missale.

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Intorno al XII secolo, alcuni libri iniziano ad essere prodotti per singole persone più che per istituzioni e, grazie all’insorgenza di questo fenomeno, siamo informati dell’esistenza di un pubblico di privati lettori, le ordinazioni dei quali sembrano essere state responsabili di un notevole incremento nella quantità di manoscritti prodotti. Questa lenta penetrazione del libro all’interno del mondo secolare portò alla fioritura di atelier diretti da scribi professionisti in competizione con gli scrittoria monastici. Questo è anche il periodo nel quale si avvertono i primi sentori della comparsa di un atteggiamento bibliofilo in alcune personalità di rilievo, tanto religiose quanto laiche, come nel caso di Giovanni di Salisbury o Ugo di Puiset; entrambi, infatti, lasciarono in eredità diverse dozzine di li libri alle loro rispettive biblioteche cattedrali. Per lo stesso periodo abbiamo qualche notizia riguardo a maestri scrivani che viaggiavano fin nelle località più remote come dimostra il caso di un anonimo scriba che lavorò per l’Abbazia di S. Albano in Inghilterra e più tardi in Francia, probabilmente anche a Parigi. Questo tipo di artigiani erano assunti dai monasteri per supplire alla carenza di personale monastico per la produzione libraria, a volte rimpiazzandola totalmente. Questo fenomeno di un sempre maggiore utilizzo di manodopera specializzata nella produzione di libri resta, tuttavia, un aspetto assai poco rilevato nella storia del libro e dei manoscritti.


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Quando si considerino ora, ovvero dopo che i sopra menzionati eventi ebbero luogo, i committenti degli artisti che producevano i libri si possono riconoscere diverse peculiarità tipiche dell’atteggiamento della società secolare. In primo luogo, un individuo singolo o una coppia ordinavano un libro donando al contempo una somma di denaro sufficiente alla sua realizzazione, come risulta in molti casi dalle immagini dipinte sui frontespizi dei libri o dai colofoni. Inoltre, il libro poteva essere ordinato attraverso una suddivisione dei costi fra differenti attori coordinati da un amministratore, di solito un prete, che si occupava di raccogliere i fondi e di regolare ogni questione con gli artigiani cui l’opera era affidata. Esempio di questo stato di cose può ritrovarsi nel contratto stipulato per la produzione della Bibbia della Certosa di Calci nel quale è riportata una sorprendente lista di più di sessanta singoli contribuenti insieme alla somma offerta.

Dunque, se un libro poteva essere prodotto su commissione, ciò significa che esso poteva essere anche commercializzato come prodotto finito. Numerosi libri dei conventi austriaci vennero, infatti, acquisiti n questo modo, frequentemente attraverso un aiuto finanziario proveniente dall’esterno dell’ambito monastico. Il prezzo dei libri variava; tuttavia, i libri erano considerati un bene di lusso e perciò il loro prezzo non poteva che essere alto. Ciò sembra venire confermato dal fatto che i libri spesso sono menzionati fra i beni dei bottini di guerra. La raccolta e l’immagazinamento di libri durante il Medioevo, quindi, doveva essere un’attività finanziariamente pesante.
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